Intervista a Oliviero Toscani: apriamo un dibattito!

on Giovedì, 04 Giugno 2009 14:33

Pubblichiamo di seguito l'intervista a Oliviero Toscani raccolta in esclusiva per noi dalla giornalista Rita Sanvincenti perché vorremmo che il blog della nostra Accademia fosse davvero uno strumento di comunicazione e di dibattito sull'arte e sulla cultura contemporanea. Aspettiamo dunque numerosi i commenti di tutta la Art Community...!!!

“L’Accademia di Belle Arti deve diventare il faro della città, deve essere lo spirito di Firenze”, dichiara Oliviero Toscani protagonista della prima affollatissima lezione aperta inclusa nella prima edizione di “Start Point”: “punto di partenza” per la prestigiosissima istituzione fiorentina presieduta da Paolo Targetti e diretta da Giuseppe Andreani, verso un “nuovo rinascimento”.

“E’ l’Accademia che deve rimettere in moto la grande attività dei maestri artigiani fiorentini – prosegue Toscani, eccellente comunicatore, maestro di nuovi linguaggi che ha fatto del suo quartier generale, La Sterpaia, “Bottega dell’arte e della comunicazione” un “punto d’incontro tra creatività e imprenditoria, tra formazione e produzione, che rappresenta un nuovo modo per coniugare cultura e industria, arte ed economia, idee e mercato attraverso la comunicazione intesa come espressione di una cultura industriale”.

“L’Accademia è il cuore della città”, dice il grande fotografo milanese, figlio d’arte, sempre fedele e coerente al suo personaggio, che ha fatto della trasgressività, talvolta esasperata, dello scatto fotografico, di una provocazione portata volentieri all’eccesso, il suo stile e la sua forza anche commerciale, cavalcando i grandi temi civili e sociali dagli anni Sessanta ad oggi.

Qual è il messaggio che lei, Toscani, vorrebbe inviare ai giovani artisti, ai futuri protagonisti dell’arte contemporanea?

“Una volta i creativi erano numerosissimi e in tutti i settori. Oggi vi è una grande disponibilità di creatività ma nell’orizzonte artistico pochi riescono ad elevarsi. Certo i giovani artisti non devono copiare da altri: devono essere se stessi e se hanno talento, con la loro unicità ed irripetibilità, diventeranno grandi. Oggi viviamo in una ‘monarchia televisiva’, nessuna dittatura è stata mai così raffinata coma la televisione: è la grande macchina del degrado, la rovina dell’umanità. Aspiriamo il suo gas tutte le sere. Facciamo parte di un Paese di tele-idioti. I giovani devono darsi da fare: sovvertano il sistema”.

Cioè?

“Non devono adeguarsi ad esso ma trovare il coraggio di cambiare le cose. E il coraggio non nasce dalla sicurezza. Per questo sono per un Paese senza mamme. Le mamme soffocano la creatività e dove c’è sicurezza non c’è creatività. Si è creativi quando si è insicuri. Non bisogna aver paura di aver paura. Bisogna rischiare. E’ difficilissimo rischiare. Gli artisti dell’Accademia lo dimostrano rispetto, ad esempio, a coloro che studiano giurisprudenza. Quando non si ha coraggio l’arte diventa un hobby e non una professione. Così l’Accademia presenta un diverso modo di affrontare la vita rispetto a quello della Bocconi. Bisogna sempre contestare, sovvertire: l’arte serve a questo. Il futuro dell’Italia è nell’arte”.

Quando la fotografia è arte e quando non lo è?

“La fotografia ‘da chiodo’ non è arte, non mi interessa. La fotografia deve raccontare la storia. Forse la storia di Napoleone o di Garibaldi sarebbe stata molto diversa se documentata dalla fotografia. La storia esiste da quando c’è la fotografia: la fotografia che documenta la storia è arte e non ha niente a che fare con il bene o con il male. La fotografia è il mio lavoro, il lavoro con cui mi mantengo. Faccio il fotografo perché mio padre faceva il fotografo. Non esiste la fotografia privata: le foto devono essere pubblicate: considero la foto non pubblicata un embrione. Tutto ciò che si ferma all’estetica non è arte, anche se poi ognuno di noi porta avanti una sua idea di estetica”.

Qual è il suo parere sul rapporto tra arte e potere?

“L’arte è sempre stata al servizio di un potere: a volte quello religioso, a volte quello politico, altre quello industriale. D’altra parte l’artista deve sempre confrontarsi con il mercato. Le botteghe dell’arte, in passato, servivano alla Chiesa: l’artista aveva bisogno della Chiesa per esprimersi mentre la Chiesa aveva bisogno dell’artista per affermarsi. Ma l’arte deve trascendere il potere per il quale lavora, deve riuscire a lanciare il dubbio, e questo è difficilissimo”.

E il rapporto tra l’artista ed il suo committente?

“L’artista per avere la sua libertà deve saper arricchire il suo committente. Ho lavorato diciotto anni per Benetton. Li ho imbrogliati: continuavo a fare ciò che non volevano ma si arricchivano e così mi lasciavano fare. Oggi quando si acquista un prodotto non si guarda più il modello ma l’immagine a cui esso è collegato. Così dissi loro che il prodotto non era migliore di quello della concorrenza mentre la comunicazione lo era”.

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